Vivere la fede

CERCA NEL SITO

Vai ai contenuti

Menu principale:


L'Apostolo Luca

Gli Apostoli

IL VANGELO DI LUCA

Preambolo


Ciascun Vangelo contiene un messaggio teologico distinto dagli altri. Ma perché lo Spirito Santo ha dato alla Chiesa una quadruplice testimonianza del mistero di Cristo? Non sarebbe stato più opportuno avere un solo libro che ci dicesse tutto quello che è necessario sapere su Cristo?

Ciascun evangelista ha una sua conoscenza del mistero di Cristo, coglie un riflesso della sua verità. Abbiamo già visto che il Cristo conosciuto da Matteo è il “Messia davidico”, discendente dalla stirpe regale, destinato a governare le nazioni con scettro di ferro; la sua vita è perfettamente integrata nelle antiche profezie, tanto che nessun altro evangelista cita l’AT in questo modo, quasi ad ogni evento importante della vita del Cristo storico. Abbiamo poi visto che il Cristo conosciuto da Marco è il “Figlio di Dio”. Con questo appellativo egli intende sottolineare soprattutto la natura divina del Cristo; il suo Vangelo si apre infatti con questa affermazione: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1). Lo stesso titolo messianico è poi utilizzato da Marco a metà e alla fine del suo Vangelo. E ora ci chiediamo: chi è il Cristo conosciuto da Luca? Rispondiamo subito così: il Cristo di Luca è il “Figlio dell’uomo”. Se Marco ha sottolineato con forza che quell’Uomo nato da Maria è veramente Figlio di Dio, Luca sottolinea Egli che è anche, e fino in fondo, Figlio dell’uomo.

Il Vangelo di Luca come testo letterario


Il terzo Vangelo è l’unico che si apre con un’introduzione, nella quale l’autore specifica il metodo: la stesura del Vangelo è preceduta da “ricerche accurate” (Lc 1,3).

Luca non era tra i Dodici, e molte cose può scriverle solo in quanto le ha udite dai testimoni oculari. Egli era comunque presente ai viaggi di Paolo, come si vede dagli Atti degli Apostoli, libro da lui scritto con l’intenzione di prolungare il racconto del suo Vangelo, mostrando come il ministero di Gesù viene portato avanti dalla Chiesa nella forza dello Spirito. Luca era originario di Antiochia, e faceva parte della comunità cristiana di questa città, la stessa comunità nella quale si era formato l’Apostolo Paolo, e dalla quale Paolo e Barnaba erano partiti per l’evangelizzazione del mondo greco. Luca proviene perciò da una comunità che nella prima generazione ha avuto un ruolo teologico e pastorale di grande importanza. Luca, come abbiamo osservato, non era un Apostolo e non aveva partecipato personalmente al periodo dell’evangelizzazione di Cristo, nei suoi anni di vita pubblica. Per questo motivo, prima di scrivere il Vangelo, preferisce fare un lavoro sulle fonti, accertarsi delle cose che scrive mediante la consultazione di quelli che ne furono testimoni o che scrissero prima di lui. Nel prologo, infatti, si esprime in questi termini: “Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra noi, come ce li hanno trasmessi coloro che furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato…” (Lc 1,13).

Il Vangelo di Luca fonda allora la sua affidabilità su ricerche accurate. Dal punto di vista narrativo, il testo replica la stessa struttura di Marco che considera un itinerario geografico dalla Galilea alla Giudea: il ministero di Cristo ha inizio in Galilea, poi si ha il viaggio del gruppo apostolico verso la Giudea, poi la loro sosta a Gerusalemme e infine, durante la pasqua ebraica, la morte di croce e la risurrezione. Questa è la struttura fondamentale della catechesi petrina, cioè dell’annuncio tenuto da Pietro a Roma, che Marco ha registrato e che è poi diventato la base dei Vangelo di Matteo e di Luca. Rispetto agli altri evangelisti, Luca mostra un particolare interesse per la storia. All’inizio del suo Vangelo, infatti, quando deve contestualizzare la nascita di Cristo lo fa come uno storico del suo tempo: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento su tutta la terra” (Lc 2,1).

Anche in altri punti, così come gli storici del suo tempo, è solito inquadrare storicamente l’evento che racconta, indicando il nome del monarca o del governatore in carica: “Al tempo di Erode, re della Giudea…” (Lc 1,5); “In quei giorni, u decreto di Cesare Augusto…Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirino…” (Lc 2,1-2); “Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” (Lc 3,1).

Dal modo di scrivere di Luca, traspare un animo estremamente sensibile, sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista religioso. Il Luca scrittore è solito omettere, nei suoi racconti, tutti quei particolari che in qualche modo possono essere fraintesi o che possono intaccare la dignità di Gesù e dei Dodici. Nel confronto con Marco, si vede chiaramente come Luca omette sempre ciò che, in qualche maniera, potrebbe offuscare, agli occhi di un lettore ipercritico, la figura di Cristo. In Marco 3,20 si legge, per esempio, che i parenti di Gesù ad un certo punto vanno a cercarlo perché pensano che è impazzito, Luca invece omette questo particolare disdicevole. In Marco 13,32 Gesù afferma di non conoscere il giorno e l’ora del suo ritorno nella gloria, mentre il passo parallelo di Luca omette anche questo. Nel racconto della Passione, Luca non dice che i soldati gli hanno sputato addosso. Inoltre, sfuma sistematicamente tutti quei passi in cui traspaiono i sentimenti umani di Gesù, le sue emozioni, i suoi momenti di commozione e di indignazione (ciò è evidente confrontando i seguenti brani: Mc 1,41 con Lc 5,13; Mc 1,43 con Lc 5,14; Mc 3,5 con Lc 6,8; Mc 9,36 con Lc 9,37; Mc 10,14 con Lc 18,16).

Anche verso i Dodici Luca è molto delicato: evita di mettere in evidenza quei particolari che ne rivelano l’umanità, la debolezza, le zone d’ombra e i peccati, e in generale omette tutto ciò che li può mettere in cattiva luce agli occhi del lettore. Non riporta, ad esempio, l’opposizione di Pietro alla prospettiva della morte di croce, che Gesù annuncia a Cesarea di Filippo e attenua tutti quei brani in cui Gesù li rimprovera per la loro incapacità di capirlo; soprattutto non ci dice che i Dodici, nel momento della cattura di Gesù, sono fuggiti tutti lasciandolo solo.

Linee di teologia lucana

Luca sottolinea con insistenza il fatto che Cristo è Figlio di Dio in un modo irripetibile. Cristo sa di se stesso di essere Figlio di Dio in modo diverso da come lo siamo noi; sulle labbra di Cristo, infatti, non troviamo mai l’espressione “Padre nostro”; quando insegna la preghiera del “Padre nostro” Cristo dice: “Voi pregherete dunque così”. Lui non dice Padre nostro insieme a noi, perché appunto è Figlio in un modo diverso dal nostro, e questa distinzione rimane sempre e si precisa dopo la sua risurrezione dai morti. La natura di questo rapporto unico e irripetibile col Padre, fonda una preghiera totalmente diversa. Quindi, Cristo è Figlio di Dio in un modo particolare, unico; ciò è soprattutto evidente nel Vangelo di Giovanni, quando il Cristo risorto appare alla Maddalena e dice: ”Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17), non dice “salgo al Padre nostro”. Il Vangelo di Luca aggiunge a questa realtà della figliolanza divina l’affermazione della sua umanità autentica e totale, e lo fa specialmente nei racconti dell’infanzia. Al capitolo 2, ai versetti 40 e 51-52, Luca presenta il Figlio di Dio nella sua veste di Figlio dell’uomo: “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di Lui” (v. 40), e ancora: “Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (v.51-52).

Queste affermazioni implicano in Cristo una umanità in evoluzione, una crescita graduale, a tappe, identica a quella di qualunque altro uomo ai suoi diversi livelli di maturazione: fisico, psicologico e spirituale. L’umanità di Cristo, in sostanza, non si presenta sulla terra già compiuta, o perfetta nella sua maturità, ma segue i ritmi e le tappe di qualunque essere umano, che da bambino diventa uomo, mentre la sua interiorità, e la luce della sua coscienza, crescono in proporzione della sua crescita in età. Anche la menzione della presentazione al tempio e della circoncisione, presuppone necessariamente una fisiologia maschile, completa e normale. Sono tanti i particolari che ci portano a questa conclusione: il Cristo conosciuto da Luca è il Figlio di Dio ma è anche, e fino in fondo, Figlio dell’uomo. Possiamo adesso rispondere alla domanda precedente: perché quattro testimonianze, cioè quattro vangeli, per presentare l’unico mistero di Cristo?

Chi conosce la letteratura patristica è impressionato da come gli oppositori del cristianesimo abbiano fatto leva proprio su queste quattro testimonianze, che in tanti punti secondari, letterari o storici, a volte non coincidono e presentano delle discrepanze. Celso, Porfirio e altri intellettuali di alto livello, si sono divertiti a scovare tutto quello che in un Vangelo, rispetto ad un altro, poteva considerarsi contraddizione o disarmonia. Perché allora l’esistenza di queste quattro testimonianze che hanno anche creato difficoltà al cammino della fede e della teologia?

La risposta che si può tentare è questa: il mistero di Cristo non è esaurito da una sola angolatura ed è necessario un coro a più voci: Matteo presenta il Messia davidico, Marco il Figlio di Dio, Luca il Figlio dell’uomo, Giovanni il Verbo eterno. All’interno del discorso lucano ci sono alcune linee teologiche che si affiancano all’affermazione cristologica di fondo della vera umanità di Cristo. Una prima linea teologica è la predilezione per i poveri. Luca ha per i poveri una forma di solidarietà e di compartecipazione; nel discorso della montagna, mentre Matteo dice “Beati i poveri in spirito”, Luca ha semplicemente “Beati voi, poveri”, omettendo la specificazione matteana. Luca considera insomma la povertà come una condizione che attira la benedizione di Dio. Cristo, infatti, è rappresentato spesso nell’atto di chinarsi sulle sofferenze umane, sull’emarginazione e sulla povertà. In Luca 4 Gesù inaugura il suo ministero pubblico nella sinagoga di Nazaret leggendo il brano di Isaia 61: “Mi ha mandato ad annunciare la lieta novella ai poveri” (v.18). I poveri sono quindi i primi destinatari di questa notizia che riempie di gioia l’umanità. Un secondo tema teologico è la preghiera. Luca mette in evidenza innanzitutto la preghiera di Cristo, che è collegata inseparabilmente alla dimensione umana del figlio di Dio, il quale, proprio in quanto uomo, non ritiene di poterne fare a meno. Luca sottolinea che la preghiera segna tutti i momenti più importanti e tutti gli eventi più cruciali del ministero pubblico di Cristo. Solo Luca fa notare che Gesù sta pregando, mentre riceve il battesimo (cfr Lc 3,21), che certe volte Cristo avvertiva l’urgenza della preghiera al punto tale da sottrarsi perfino al suo ministero pubblico. In Luca 5,15-16 si legge: “La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità.Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare”.

Ci sono dei momenti in cui Cristo si sottrae perfino alle due uniche cose per le quali si era fatto uomo: annunciare il Regno di Dio e guarire gli infermi e gli ossessi. Solo Luca ci dice che Gesù, prima di scegliere i Dodici, ha pregato tutta la notte (cfr Lc 6,12), e che si trasfigurò sul monte mentre pregava (cfr Lc 9,29).

E’ nel contesto della preghiera che il volto di Cristo comincia a brillare, ed è questo profondo contatto con il Padre che fa splendere il suo volto e le sue vesti. Un altro tema teologico è la misericordia con cui Dio salva l’uomo, e lo salva non per un diritto fondato sui meriti personali, ma esclusivamente perché l’uomo si è aperto a Cristo e lo ha accolto nella fede come suo Salvatore personale. Questa teologia della salvezza è la stessa che Paolo presenta nella lettera ai Romani e nella lettera ai Galati. Al capitolo 15 Luca riporta le parabole della misericordia, disposte in una maniera molto significativa: la dracma perduta e la pecorella smarrita; sono infatti parallele alle due parti della parabola del figliol prodigo. Sia la moneta che la pecora si perdono, ma la moneta si perde dentro la casa e la pecora si perde fuori, così come i due figli di quell’uomo dalla grande statura morale si perdono entrambi, uno allontanandosi e uno rimanendo a casa, con la differenza che quest’ultimo non si recupera, mentre si recupera quello che torna. La paternità di Dio relativizza le opere umane, sempre insufficienti a conseguire la salvezza, che non può essere intesa né ottenuta in una linea di perfezione legale ma solo in quella della indeducibilità del dono. Il vertice di questa teologia viene raggiunto da un dialogo, che solo Luca riporta, tra il Cristo morente e il ladrone crocifisso accanto a Lui. La salvezza che viene garantita a questo ladro, è una salvezza che non può venire dalle opere di prima, che non c’erano, ma non può venire neppure dalle opere che lui potrebbe promettere di compiere, perché le sue mani inchiodate, glielo vietano per sempre; eppure all’espressione “Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”, Cristo risponde: ”Oggi sarai con me in Paradiso” (Lc 23,39-43).

Questo ladro, nell’orizzonte della teologia della salvezza, ha la stessa posizione di Abramo il quale, in virtù di un atto di fede – quello che gli permette di offrire in olocausto il figlio della promessa, che sul monte verrà sostituito dall’ariete - viene accolto da Dio come se quell’atto di fede fosse un’opera. Infine, un tema teologico di grande importanza per Luca è l’opera dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo presiede e mette in moto la vita umana di Cristo e la vita storica della Chiesa. C’è un perfetto parallelismo tra Cristo e la Chiesa: il ministero pubblico di Gesù e l’inizio della vita della Chiesa, prendono entrambi le mosse da un battesimo nello Spirito. Cristo viene battezzato nel Giordano e lo Spirito si posa su di Lui; la Chiesa, nel giorno di Pentecoste, viene battezzata nello Spirito e comincia il suo ministero nel mondo, prolungando il ministero di annuncio e di liberazione del Maestro. Da questi due momenti fondanti ha inizio la testimonianza della venuta del Regno; per Cristo e per la Chiesa è lo Spirito che conferma la parola, e lo fa con segni e prodigi, con guarigioni ed esorcismi che accompagnano tutto il ministero pubblico di Gesù e accompagneranno anche il ministero pubblico della Chiesa fino alla fine dei tempi. Lo Spirito confermerà la Parola con i suoi segni, sarà sorgente di una gioia e di una esultanza che non è intaccata o diminuita neppure dall’odio e dalle persecuzioni del mondo, come vedremo negli Atti degli Apostoli.

Home | Teologia e Spiritualità | I Vangeli | Gli Apostoli | Lettere di Paolo | Catechesi su San Paolo | Altre lettere apostoliche | Archeologia Biblica | Approfondimenti | Le parabole | Le Beatitudini | Le frasi di Giovanni Paolo II | Documenti | Le Encicliche | La Preghiera | Famiglia | Tobia e Sara | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu