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L'amico importuno e il giudice iniquo

Le parabole

“Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza”. ( Lc 11,5-8 ) “1Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ” ( Lc 18,1-8 ).

Il messaggio generale


Queste due parabole, appartenenti al materiale proprio di Luca, si riferiscono a un tema particolarmente caro all’evangelista, ossia la preghiera cristiana; Luca si mostra soprattutto attento alla preghiera di Gesù, che rappresenta un modello di riferimento per i suoi discepoli. Non ci deve sfuggire il fatto che la parabola dell’amico importuno sia immediatamente collegata all’insegnamento del Padre Nostro e seguita da alcune affermazioni che sottolineano l’infallibilità della preghiera, quando essa è rivolta al Padre nello Spirito: “Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare, quando uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare… Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome…” (Lc 11,1-2).

Così si apre il capitolo 11 di Luca e subito dopo la preghiera del Padre Nostro è collocata la parabola dell’amico importuno. La parabola del giudice iniquo, benché riportata altrove, cioè al capitolo 18, si colloca tuttavia in un contesto molto simile e svolge la medesima tematica, indicata già nella sua introduzione, che non lascia dubbi sul motivo per cui Cristo la racconta: “Raccontò loro una parabola per mostrare che dovevano pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18,1). Le due parabole rappresentano dunque un unico, grande insegnamento: la necessità di pregare sempre senza stancarsi mai e l’infallibilità della preghiera cristiana rivolta al Padre nello Spirito. Queste due parabole hanno la stessa natura di quella dell’amministratore disonesto, dove i personaggi non esprimono la realtà di Dio, o i misteri del suo regno, bensì la realtà umana intesa come un modello negativo che esprime molto chiaramente ciò che Dio non è. Significativamente, tali parabole non si aprono con la formula consueta: “Il regno dei cieli è simile a…”, perché appunto non vogliono dire a cosa il regno è simile, ma al contrario, dicono una qualità che al regno non deve essere attribuita. Nei personaggi di queste parabole non va dunque cercata la figura di Dio, ma solo il comportamento umano che contraddice la verità del regno.

Ma a cosa tende questa tipologia negativa? Questa contraddizione è ovviamente un modo per far maggiormente risplendere la bellezza di Dio: se sulla terra un uomo malvagio può convincersi a operare il bene solo per togliersi il fastidio di una continua insistenza, che cosa non otterrà da Dio, che opera solo il bene anche quando nessuno glielo chiede, la preghiera insistente degli eletti? Si tratta quindi di passare da una realtà esperienziale terrena a un’affermazione teologica: se nelle cose umane la gente indifferente e iniqua compie delle azioni buone solo per l’insistenza di qualcuno a maggior ragione Dio, nella sua infinita perfezione e giustizia, risponderà prontamente a coloro che lo invocano.

L’insegnamento lucano sul primato della preghiera


Occorre adesso compiere un passaggio verso l’interno del testo di Luca, per esprimere alcuni aspetti di questa preghiera descritta dalle due parabole; essa si presenta innanzitutto come una preghiera ininterrotta e senza stanchezze. Luca è particolarmente attento alla preghiera personale di Gesù, che, durante il suo ministero pubblico, non trascura mai i tempi della sua preghiera personale e, certe volte, perfino mentre la folla lo cerca per essere guarita dalle sue malattie e per ascoltare la sua Parola, Egli si ritira in solitudine. Al capitolo 5 del suo vangelo, Luca si esprime così a proposito della custodia del tempo destinato alla preghiera: “La sua fama si diffondeva sempre di più; molta gente si radunava per ascoltarlo e farsi guarire dalle malattie. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare” (vv. 15-16).

Luca si mostra impressionato dal fatto che Cristo prega non soltanto nei momenti più cruciali e difficili del suo ministero, come ad esempio prima di scegliere i Dodici o durante la sua Passione, ma la preghiera di Cristo scandisce il tempo di tutte le sue giornate. Inoltre, Egli non prega soltanto ricavandosi il tempo adeguato quando nessuno lo cerca, ma addirittura certe volte lo fa anche sottraendosi alle folle che lo stanno cercando per ascoltare la sua Parola ed essere guariti dalle loro malattie. E’ ovvio che Cristo non ritiene che tale richiesta da parte della gente, pur grave e importante, sia più urgente della sua preghiera personale e del suo incontro con il Padre, da cui riceve tutte le indicazioni fondamentali del suo percorso umano: quando e a chi la Parola deve essere annunciata e quando invece deve tacere, quando deve guarire un infermo e quando deve lasciare la malattia. Nel profondo discernimento della sua preghiera, Cristo sente le spinte interiori del Padre e vi ubbidisce perfettamente. Non sono criteri derivanti dal basso che lo spingono ad agire, come non è la richiesta di guarigione ciò che lo spinge a guarire un malato, né il semplice bisogno immediato di qualcuno è molla che lo fa intervenire. Infatti, non ci spiegheremmo come mai ha guarito il lebbroso sconosciuto e ha lasciato nelle sofferenze della sua malattia l’amico Lazzaro. E’ solo perché il Padre, nella sua imperscrutabile volontà, ha voluto così. Cristo non ha ritenuto, in virtù della sua natura divina, di poter fare a meno della preghiera. La sua natura umana rimaneva comunque bisognosa di questo contatto quotidiano. Il Gesù storico si presenta perciò, prima di tutto, già nel suo stile di vita come un modello di preghiera e successivamente come il Maestro che insegna a pregare.

Una preghiera senza stanchezze


L’inizio del capitolo 18, che introduce la parabola del giudice iniquo, si esprime così: ”Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1).

Questa specificazione “senza stancarsi” potrebbe portare a pensare, ad una lettura superficiale, che la preghiera debba essere portata avanti anche quando si è stanchi. Una interpretazione di questo genere sarebbe certamente fuorviante e parziale, perché questo insegnamento sulla preghiera non si riferisce affatto alla stanchezza fisica o psicologica. Ciò possiamo dirlo con sicurezza perché in Mc 6,30-31, nel contesto dell’invio degli apostoli in missione, si legge: “Gli apostoli si radunarono presso Gesù e gli riferirono tutto ciò che avevano fatto e ciò che avevano insegnato. Egli disse loro: Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Cristo ha compassione della folla che lo segue e affronta diversi disagi pur di ascoltare la sua Parola, ma ha compassione anche dei suoi apostoli, che si consumano nel servizio del regno. Cristo non sottovaluta la stanchezza fisica e psicologica al punto tale da suggerire uno sforzo superiore alla proprie possibilità. Sarebbe un Maestro incauto se lo facesse, mettendo a repentaglio gli equilibri dei suoi discepoli. Piuttosto, dalle Scritture possiamo dire invece che è Satana il suggeritore che spinge l’uomo al di là delle sue forze, per causargli il crollo inevitabile dall’avere richiesto a se stessi più di quel che si poteva dare.

La persona che si impegna nel bene non viene attaccata da Satana con la proposta del peccato, che subito rifiuterebbe, ma viene spinta da lui oltre le misure opportune; in questa maniera il maligno porta ugualmente alla paralisi il discepolo, avendogli prospettato un bene da compiere e non un male, ma un bene collocato fuori da ogni ragionevole equilibrio. Il discepolo che vive pienamente nella luce è invece la personificazione dell’equilibrio e dell’armonia. In ogni cosa. Infatti, ciò che esce fuori dalle misure è sempre derivante dal peccato, anche il bene fuori misura, perché la grazia di Dio è armonia, misura ed equilibrio. Allora in che senso la preghiera non deve essere soggetta alla stanchezza? L’unica stanchezza di cui Cristo parla è quella che risulta dall’affievolimento della fede. Questa è l’unica stanchezza che potrebbe minacciare la preghiera. Per quale motivo la parabola del giudice iniquo si conclude con questa domanda, posta da Gesù ai suoi ascoltatori: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra” (Lc 18,8)?. Perché la preghiera non soggetta alla stanchezza è quella che risulta da una fede radicata e incrollabile. L’affaticamento mentale è altra cosa e non preoccupa il Signore; Egli si preoccupa invece dell’affaticamento della fede, quando a causa dell’abitudine, della distrazione o dell’indifferenza, perde il suo slancio e la sua efficacia, risolvendosi in una sterile recitazione di formule.

L’altra domanda che sorge dal secondo nucleo dell’insegnamento delle due parabole è quella relativa alla preghiera ininterrotta. Anche qui ci sono tanti fraintendimenti. Ma è possibile pregare ininterrottamente? Queste due parabole non indicano soltanto una preghiera senza stanchezze di fede, ma anche una preghiera ininterrotta, cioè continua e senza pause. Inoltre, lo stesso insegnamento viene affermato anche dall’Apostolo Paolo in 1Ts 5,17: “Pregate incessantemente”. La vita cristiana giunge quindi alla sua maturità solo quando la preghiera personale è ininterrotta. Ma come si fa a pregare ininterrottamente tra le molteplici attività della vita quotidiana? Al massimo si potrebbe pregare tra una attività e un’altra. Oppure bisogna astrarsi? Per preghiera ininterrotta non si intende certamente una preghiera fatta nelle pause del lavoro quotidiano. E’ piuttosto una disposizione mentale, la cui natura ha bisogno di essere chiarita.

Uno dei riferimenti più espliciti sulla preghiera ininterrotta lo troviamo in Genesi 17,1 a proposito della vocazione di Abramo. Questo particolare ci sembra di grande significato, perché sottolinea l’importanza dell’insegnamento sulla preghiera continua, che ovviamente non viene richiesta solamente agli Apostoli e ai cristiani delle comunità del NT, ma perfino ai patriarchi. Il Signore si rivolge ad Abramo e gli dice così: “Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro”. In queste poche parole apprendiamo una cosa essenziale sulla preghiera continua che non consiste nel parlare continuamente con Dio ma nel vivere ogni istante della vita quotidiana alla sua Presenza. Se noi al momento del vespro o della Messa, per poter pregare, dobbiamo recuperare la nostra mente persa nelle cose quotidiane, per rimetterla alla presenza di Dio e riottenere la concentrazione, vuol dire che non abbiamo pregato nel tempo intermedio delle attività. La preghiera continua non consiste nel parlare a Dio senza interruzione, ma nel non alienarsi con la propria mente, perdendosi sui sentieri della fantasticheria, dei pensieri inutili o dannosi, coltivati durante le attività quotidiane.

Naturalmente, l’esercizio della presenza di Dio implica anche un pensiero che non si svolga a sistema chiuso, come in un monologo tra me e me, ma che sia confronto continuo con Dio nell’intimo del proprio cuore. Nel racconto della Passione, Gesù, nell’orto degli ulivi, dice ai suoi discepoli: “La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate” (Mc 14,34). In questa esortazione, Gesù non chiede che i discepoli si mettano davanti a Lui a parlare. Egli dice soltanto: “Restate qui e vegliate”; è un invito che richiede solamente la loro presenza davanti a Lui, e questo è già tutto. Pregare, da questo punto di vista, significa essere mentalmente presenti a Colui che è Presente. Nell’amore umano, spesso, le parole esprimono una disposizione di dono della persona, ma talvolta può esserci la disposizione di dono anche senza le parole. Così, nella vita di coppia, non sempre i due parlano tra loro; ciò che conta è che ciascuno viva alla presenza dell’altro nella disposizione del dono. Allora anche il silenzio diventa eloquente. E come sarebbero menzognere le parole d’amore pronunciate in assenza della disposizione del dono di se stessi, così sarebbe menzognera una preghiera che non è espressione del dono della propria vita a Dio. Al contrario, la consegna della propria vita alla presenza di Dio è già preghiera anche se senza parole.

Chi vive la propria giornata interamente alla presenza di Dio, senza alienarsi mai con la mente, ha attuato l’insegnamento evangelico della preghiera continua ripreso dall’Apostolo Paolo in Ef 6,18 e 1 Ts 5,17. Chi vive così ha compreso che il culto cristiano è un culto ininterrotto che sfocia nelle tappe individuali della preghiera comunitaria e della liturgia, ma prima di quelle tappe c’è il cuore posto ininterrottamente davanti a Dio, il dono di sé e la consegna della propria vita nelle sue Mani. Le parabole dedicate alla preghiera sono inserite da Luca in un particolare contesto. Così la parabola del giudice iniquo, narrata al capitolo 11, è in stretto collegamento con la preghiera del Padre Nostro. Cristo infatti non parla prima di tutto della preghiera, ma di Colui al quale la nostra preghiera è rivolta. Al discepolo che gli dice: “Insegnaci a pregare”, Gesù risponde: “Quando pregate dite: Padre” (Lc 11,1-2).

Il tema della paternità di Dio è fondamentale nell’insegnamento di Cristo sulla preghiera. Un padre non ha bisogno dell’insistenza dei figli per manifestare loro il suo amore, come invece ha bisogno un uomo malvagio di essere messo alle strette per compiere un’opera buona. Il Signore è già disposto a beneficare i suoi figli, perché li ama. Nei versetti che seguono la parabola dell’amico importuno, Cristo fa un’affermazione molto radicale su Dio, di nuovo in riferimento al tema della paternità, dicendo: “Quale padre tra voi, sei il figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?” (Lc 11,11).

Il dono che Dio in senso assoluto vuole fare, e fa infallibilmente, a tutti quelli che glielo chiedono è lo Spirito Santo come sottolinea al versetto 13 il brano di Luca. Il Padre celeste dà il necessario all’uomo ma soprattutto gli dà la cosa più importante, che deve essere chiesta prima di ogni altra e al di sopra di tutto ciò che ai nostri occhi può sembrare urgente e necessario: il dono dello Spirito Santo.

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