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La comunità familiare e le scelte di fine vita

Famiglia > Articoli

di Claudio Gentili


Fondazione Sublacenze Vita e Famiglia
Seminario su "La comunità familiare e le scelte di fine vita"



INTRODUZIONE

On. Luisa Santolini


Scarto sempre piu' grande tra antropologia cristiana e laicismo. Solitudine dell'individuo che crede di poter affrontare i temi della vita lontano da ogni riferimento alla legge naturale. Risposte spendibili dal punto di vista della ragione avendo come bussola l'umanesimo cristiano. Vogliamo dare un contributo scientifico, la famiglia e' espulsa dai dibattiti sul fine vita. Noi vogliamo rimettere insieme famiglia e scelte di fine vita, che non possono mai prescindere da un contesto familiare.


Prof. Francesco D'Agostino - Ordinario di Filosofia del diritto


La tradizione dei "Laboratori sublacensi" non deve essere pensata in un'ottica puramente difensiva. Come se ci riunissimo per difendere tradizioni minacciate. Il nostro intento e' affrontare problematiche nuove che chiedono nuove risposte. Alcuni sostengono che il tema famiglia e' sorpassato, questo atteggiamento e' infondato, se c'e' un tema aperto al nuovo e ' quello della famiglia. Il testo di 40 anni fa di David Cooper, "La morte della famiglia", annunciava che il fenomeno famiglia era finito e andava sostituito, "
La famiglia e' morta, la dobbiamo sostituire", diceva Cooper.

Su questo tema si e' sviluppata una grande letteratura, oggi dobbiamo prendere atto che quella diagnosi e quella prognosi erano sbagliate. L'impostazione cimiteriale di Cooper e degli autori della scuola di Francoforte non e' piu' attuale. Se esaminiamo testi recenti, di taglio demografico, psicologico, sociologico, antropologico, ci troviamo di fronte a un caos di impostazioni a favore o contro della famiglia. Esce una Enciclopedia antropologica che al lemma famiglia, fa precedere un paragrafo col titolo "La famiglia non esiste". Un manuale di sociologia americano parla di "famiglie", pero' nel primo capitolo sie dice che i processi di destrutturazione della famiglia è figlia di un approccio occidentale, mentre in Oriente la famiglia reiste e funziona.

Un altro manuale inglese sostiene che "la famiglia nucleare rimane la norma nel mondo intero", un altro testo inglese dice che "definire la famiglia e' pericoloso". In Svezia c'e' un dibattito sul fatto che il matrimonio fa male al tasso di fecondita' (le coppie non sposate fanno piu' figli degli sposati), in Spagna nel Codice civile e' stato inserito un articolo che obbliga a sostenere la famiglia. Negli USA viene chiesto di contrarre matrimoni civili senza possibilita' di divorzio, c'e' un dibattito aperto sulla validita' di un contratto matrimoniale indissolubile. Esiste anche una proposta di legge che intende regolare le convivenze tra eterosessuali o omosessuali al di là del "vincolo di coppia" (relazioni di grupppo). Vengono regolate in alcuni paesi le relazioni tra madri e figli, in altri si prevedono incentivi ai padri che non abbandonano le mogli. Un celebre antropologo italiano, il Lotti, propone di sostutiure il lemma famiglia con l'espressione "gruppo domestico".

Insomma il caos regna sovrano, ma la famiglia e' tutt'altro che morta. Polis e oikos, citta' e famiglia, come diceva Aristotele sono realta' primigenie. Aristotele parlava di "solidarieta' familiare", alcuni capitoli della socio-biologia sostengono che l'altruismo e la solidarieta' sono caratteristiche biologiche della specie umana. L'uomo per natura non e' il "lupus" di cui parlava Hobbes e a fini evolutivi i gruppi solidali hanno piu' fitness. Non dobbiamo avere paura della socio-biologia evoluzionista. Se ci dice che l'amore viene prima dell'odio, la cooperazione prima del conflitto, non possimo che convenire. Questi temi tornano di attualita' quando si parla di testamento biologico, l'autodeterminazione a cui dobbiamo pensare non e' solipsistica e illuministica, l'autodeterminazione e' collocata in un contesto relazionale.

INDIVIDUALISMO E COMUNITA' FAMILIARE


Giuseppe Dalla Torre - Rettore Universita' LUMSA


Vorrei partire da un pagina biblica, un testo poco frequentato: il libro di Rut.
Noemi, vedova, moglie e madre, decide di abbandonare Moab e tornare in Palestina. Rut decide di seguire la suocera e abbandonare Moab, "è inutile che tu insista: non ti abbandonero', il tuo popolo sara' il mio popolo, il tuo Dio sara' il mio Dio" dice Rut a Noemi. Questo testo mi ha sempre colpito. Rut e' la moglie, rimasta vedova, di uno dei figli di Noemi, avverte talmente tanto fortemente il senso della famiglia che, pur morto il marito, non vuole lasciar sola sua suocera.

Il matrimonio civile nasce alla fine del '700 sulle ginocchia del matrimonio canonico, il progenitore del matrimonio civile e' il matrimoni canonico. Nel matrimonio canonico c'e' stata una dialettica costante tra due polarita' da conciliare: la liberta' individuale, le esigenze della comunita' familiare. La disciplina giuridica manca nei primi secoli, un riferimento fondamentale e' Agostino. Clemente Romano, nelle Pseudoclementine, successore di S. Pietro, parla della donna "sofrosune" (saggia, assennata, casta). "Assai meglio - dice Clemente rivolgendosi als marito - se ti rechi alla assemblea liturgica conducendo tua moglie per mano e non esitare, se hai carita', a diventare padre, a amare i tuoi figli, a essere amato da loro".

I romani non parlavano di contratto matrimoniale, nella canonistica medievale viene fuori il contratto.
Nel 1.200 con i papi giuristi, Gregorio IX e Innocenzo III il matrimonio viene ricondotto alla fattispecie contrattuale. Alberto Magno e Tommaso accettano non senza riserve questo approccio contrattualistico. L'approccio contrattualistico comunque nascava dalla preoccupazione di garantire la liberta' tra i coniugi e l'eguaglianza (in particolare della donna). Ma nel contratto, la volonta' individuale e' centrale e si puo' scadere nell'individualismo. Col Concilio di Trento si cominicio' a discutere del tema del sacramento, il problema giuridico era complesso. La preoccupazione era dare pubblicita' a un istituto, il matrimonio, che restava privato. Col Codice di diritto canonico del 1917 sie dice che il matrimonio e' un contratto sui generiis (non sie puo' recedere).

Il Codice del 1983 comprende la deriva individualista del termine contratto, definisce il matrimonio "fedus", valorizzando la dimensione solidarista e comunitaria. Il codice vigente esalta il "bene dei coniugi". Si parla di "Intentio generalis facendi quod facit ecclesiae". Sie nota una pendolarita' della dottrina e della disciplina canonistica tra i due estremi: da un lato le esigenze di liberta' e e eguaglianza (attenzione all'individuo) e dall'altro la natura indissolubile del matrimonio (che viene da Dio). Quali sono le riflessioni che possiamo fare del matrimonio civile? Nell'eta' liberale il matrimoni civile ha una impostazione individualistica (accompagnata dalle autolimitazioni derivate non dalla legge ma dalla morale). E' caso del Codice Pisanelli del 1865, piu' che un contratto, diceva il Pisanelli, il matrimonio e' una alta istituzione civile riconosciuta dallo Stato (vi sono elementi indisponibili da parte delle parti) Il Codice Civile del 1942 cambia.

La famiglia come formazione naturale e necessaria (come lo Stato), una societa' che privilegia l'etica di Stato. In epoca fascista la preoccupazione era anti-individualista, c'e' un interesse dello Stato verso la famiglia con vari eccessi (la tassa sui celibi ad esempio). Nei primi periodi della Repubblica si avverte l'esigenza che lo Stato tuteli l'indissolubilita' del matrimonio in nome della solidarieta'. Negli anni '50 la giurisprudenza puntava su questo elemento pubblicistico (allora non c'era il divorzio), poi con la riforma del 1975 divaricazione tra matrimonio civile e religioso. Art. 147 dell'attuale Codice civile si legge: "
i genitori devono favorire le inclinazioni naturali dei figli" (e se lo inclinazionoi sono malvagie?), prevale (o meglio ritorna) l'approccio individualistico.

COSA SI INTENDE PER SCELTE DI FINE VITA?


Stefano Semplici - Ordinario di Filosofia Morale Universita' di Tor Vergata


Tutti hanno l'onere di essere ragionevoli nella sfera pubblica, non solo i cristiani. Quel che dico, lo dico perche' ho alle spalle una storia, che e' cominciata quando i miei genitori mi hanno educato al Cristianesimo. Quando parlo di vita e di morte non posso lobotomizzare la mia storia, c'e' oggi una tendenza strumentale a semplificare a fini polemici il dibattito che nella Chiesa e' vivo, sincero e aperto. Senza timore di nascondere da dove vengo, cerco di dire qualcosa di razionalmente plausibile anche per chi non crede, la vita ha un carattere sacro. Nessuno puo' disporne a piacimento. Non esiste un esercito trionfante di zelatori del nichilismo radicale. Il tema su cui ci si divide e' che in certe eccezionali circostanze si dischiuda l'esigenza di forme estreme di accompagnamento al fine vita. Quando parlo di scelte, non parlo di desideri, i desideri non coincidono con le scelte, sono due gradini che e' bene tener distinti.

C'e' un rapporto diritto-scelte, il consenso informato e' la sintesi del nuovo paradigma dell'autonomia. La prima linea e' quella che riguarda la terza persona, il contesto sociale. Quanto sceglie liberamente il soggetto che per condizione economica e sociale non puo' scegliere la vita per non essere di peso agli altri? Poi si arriva al contesto delle relazioni affettive, nella famiglia. Sarebbe ipocrita dire che la famiglia agisce sempre a sostegno della vita. Affermare che l'individuo non sceglie da solo quel che desidera, non ci esime dai conflitti. Avremo bisogno di leggi che garantiscano condizioni eguali per tutti e di un impegno di educazione alla qualita' delle relazioni. Altrimenti cresce la tentazione della legge come scorciatoia, l'indebolimento del tessuto morale delle relazioni ci costringe a chiedere alla legge quello che la legge non puo' dare. La dichiarazione sull'eutanasia della Congregazione della dottrina della fede del 1980 distingue accanimento terapeutico da una diversa valutazione dell'onerosita' della loro presenza in vita per familiari e società (con serenità si puo' andare perché quello che doveva essere é stato). Saltare immediatamente dalla dinamica del desiderio alla scelta e' una scorciatoia. I due elementi fondamentali del conflitto rimangono:

- il cortocircuito tra il vocabolario dei diritti di liberta' e quello dei diritti di dignità;
- la distinzione tra il far morire e il lasciar morire.

L'art. 32 della Costituzione ricorda il nesso inscindibile tra medicina e difesa della vita.

Lo spazio delle scelte individuali non puo' ignorare i doveri inderogabili di solidarieta' (art 2 della Costituzione). S. Tommaso - con buona pace di Hegel - distingueva la ragione teorica da qualle pratica. Nel primo caso il particolare puo' essere sussunto dall'universale, nel secondo caso no. Se io devo restituire un prestito ma so che il destinatario lo usera' per commettere un reato sono libero di non restituire. Il rapporto tra il principio universale e il caso particolare e' fondamantale. Diritti sociali e autodeterminazione vanno contemperati. Tra '700 e '800 i padri del pensiero liberale erano paladini del diritto dei genitori di non mandare a scuola i figli. Puo' esservi contraddizione tra esercizi dei diritti indivduali e doveri sociali, il pluralismo - che e' l'asse di alimentazione della bioetica - e' motore di conflitto. Poco giorni fa sono stati diffusi i dati sull'Eutanasia in Olanda: 2300 richieste di eutanasia ma ha solo 800 morti sulle strade, se avessimo la media degli incidenti stradali olandesi nell'ultimo anno 1.800 giovani italiani non sarebbero nei cimiteri.

Anche l'interruzione volontaria della gravidanza sappiamo che dovrebbe essere una rara eccezione: ma non e' cosi. La centralita' problematica della differenza tra il "lasciar morire" e il "far morire". Ultima osservazione: quando si fanno le leggi, il legislatore dovrebbe evitare di cedere alla tentazione della centralita' del presidio simbolico. Il testo sul fine vita (testamento biologico) e' un chiaro esempio di testo fatto male. L'altro giorno, a margine della presentazione del libro di Paola Binetti, il senatore Calabro' mi ha detto che se lo criticavo avevo un testo sbagliato, poi mi ha inviato il testo giusto. E mi sono accorto che quello che e' scritto nel testo del provvedimento, non corrisponde a quanto scritto nel commento. In tema di trattamento di fine vita all'art 3 comma 1 del testo approvato al Senato e' scritto: "in previsione della eventuale perdita della capacita' di intendere e di volere...etc etc". E ancora: "qualora il soggetto in stato vegetativo, non sia piu' in grado di comprendere etc etc" Apprendo che ci sono soggetti in stato vegetativo che sono in grado di comprendere. Fate un testo che non serva soltanto a non fare onore al legislatore e a aprire inutili ferite nella nostra societa'.

IL RIFIUTO DELLE CURE NEL DOCUMENTO DEL CONSIGLIO NAZIONALE DI BIOETICA


Salvatore Amato - Universita' della Calabria


L'inviolabilita' della vita non puo' che basarsi sulla inviolabilita' della persona (art. 13 della ostituzione). Divieto di invasione del corpo: contro la mia volonta' non puoi inserire un sondino, ne' operarmi col bisturi. Qualunque idea possiamo avere della salute (bene indivduale o bene collettivo) il legislatore deve rispettare la persona. La legge 40 cosi tanto criticata rimarca la legge tedesca, approvata all'unanimità con grande consesno sociale. In Francia e' stata approvata una legge sul fine vita con consenso unanime sulla base di tre principi:

- accattare la vita - rispettare la morte - rifiutare l'omicidio


Che cosa possiamo aspettarci dal consenso informato? Deve essere uno scudo (uno strumento di protezione) non una spada (uno strumento di rivendicazione). Dice Montesqieu, rispondendo al sovrano che gli aveva chiesto se doveva applicare la bolla contro i giansenisti: "Uno Stato dove la meta' e' contro l'altra meta' non e' cristiano. Il tema fondamentale e' il rapporto tra fede e carita'. Carita' e' guardare il mondo con gli occhi dell'altro, "kata' tou olon" (in senso cattolico) nella prospettiva del tutto. Come cattolico sono scandalizzato che tutto il problema della Englaro sia diventato l'ontologia del sondino. Cosa si aspetta un soggetto in stato vegetativo persistente da noi? La Sentenza recente della Cassazione muove da questa domanda, se decidiamo non per Eluana ma con Eluana le cose cambiano, è difficile concepire un obbligo giuridico a curarsi. E' difficile affermare che il soggetto non abbia l'obbligo morale di curarsi. Riconoscere il diritto alla vita non significa obbligare giuridicamente. Il sogggetto - secondo alcuni - ha il diritto a interrompere il trattamento sanitario. La malattia fa parte della dimensione umana come la morte.

Se accetto che la morte é il nostro destino perche' devo usare la tecnologia per allontanarla? C'e' una diversa lettura dell'art 32 (diritto a rifiutare le cure e salure come valore fondamentale). Il diritto a rifiutare le cure non puo' andar contro l'indisponibilita' della vita. Quando non ci sono alternative terapeutiche (Englaro) il diritto a rifiutare le cure va contemperato con la salute come valore fondamentale. Il Documento della Commissione Biotetica per non scontentare su tanti punti e' rimasto nel vago. La giurisprudenza ha assunto il diritto a rifiutare le cure come valore fondamentale. La premessa dell'atto medico non e' solo la volonta' del soggetto, ma questa piu' il bene pubblico della salute. La rinuncia alle cure e' un vulnus all'alleanza terapeutica paziente-medico negando l'esistenza di un rapporto fiduciario. Quando il soggetto rifiuta un trattamento il paziente diventa un soggetto privo di diritti ( a me e' capitato; una volta che hai firmato poiche' il medico vede il rifiuto come un tradimento sei costretto a chiamare da solo una ambulanza privata per tornare a casa). Secondo il Comitato Bioetico il medico ha diritto all'astensione (non accettando il rifiuto del paziente). Come conciliare il diritto all'astensione del medico col diritto del paziente a vedere soddisfatta la sua richiesta. Se inquadriamo il diritto a rifiutare le cure dentro l'alleanza terapeutica c'e' una zona grigia che un futuro legislatore dovra' chiarire (chi mi stacca questa macchina se il medico si astiene). La Corte Suprema americana adotta una linea di demarcazione tra rifiuto cure (atto omissivo) e pretendere un atto che favorisca la morte (omicidio).

La linea di demarcazione e' giuridicamente chiara: tra un atto omissivo e un atto commissivo c'e' differenza. Ma questa linea non e' moralmente chiara. Bompiani nella postilla al Doc del Comitato di Bioetica, sostiene che il diritto a rifiutare le cure non e' un diritto generico ma legato a particolari condizioni di salute.Ben diverso - continua Bompiani - e' il caso di una scelta che non si condivide dettata da criteri moralmente vincolanti. Nella Postilla di Possenti, c'e' una distinzione tra volonta' del paziente e volonta' del medico. Perche' - se non in una visione scientista- deve prevalere la volonta' del medico. La disposizione di se non puo' portare al riconoscimento del diritto a morire. Il Prof. D'Agostino, nella sua postilla, pone l'accento sul fatto che i casi Welby sono casi eccezionali. Nella legislazione inglese sie parla anche di test psichiatrico (il rifiutare le cure puo' essere condizionato da fattori psicologici). In certi casi l'autodeterminzaione diventa un concetto vuoto. Il consenso informato puo' diventare una spada. In un ospedale diventa facile far firmare il consenso informato per non creare problemi (e liberarsi di malati terminali). L'opera paternalista del medico per alcuni e' inaccettabile. Essere curati contro la propria volonta' e' essere posti sullo stesso livello di chi non ha raggiunto l'eta' della ragione. Una tirannia esercitata per il bene delle vittime.

DIBATTITO


Prof. Francesco D' Agostino


Vorrei riprendere la citazione di Montesqieu: sulla carita' non si puo' ingannare. Nel caso Englaro, le suore ci hanno dato una testimonianza di carita' Il padre di Eluana non ha dato prova di carita'. I veri genitori sono quelli che si prendono cura dei figli. Si sta divaricando la logica della carita' e quella del formalismo giuridico Un altro esempio: il caso Welby.

Il dott. Riccio, che non conosceva Welby, racconta nel suo recente libro che, chiamato dai Radicali, parte da Cremona e sa che deve staccare la spina a Welby. Arriva a casa di Welby e ci parla per due ore per essere sicuro che voleva morire. A casa Welby trova due medici belgi che avevano il compito (ove Riccio fosse entrato in crisi e avesse deciso di non staccare la spina), di farlo loro in base alla applicazione della legge belga e con un biglietto aereo per il ritorno immediato in Belgio. Riccio non ha avuto crisi di coscienza e i medici belgi si sono congratulati con lui e sono tornati a casa. E' difficile ingannare sulla carita'. Montesquieu aveva ragione.


Prof. Giuseppe Dalla Torre - Rettore Universita' LUMSA


All'art. 32 della Costituzione si parla del dovere di curarsi. Posso assolutizzare il diritto a non curarmi? In passato - quando c'era il servizio militare serio - c'era gente che si tagliava un dito per non fare il militare e questo diventava un reato.

Prof. Giuseppe Gigli


E' vero che non c'e' salvezza senza la fede e c'e' ne e' ancora di meno senza la carita' come diceva Montesqieu. La prima carita' e' verso i disabili. La legge deve tutelare i piu' fragili. Lasciar morire e' ben diverso da far morire. Ci sono migliaia di diasbili, ritardati mentali che se fossero lasciati senza alimentazione e nutrizione, sarebbero portati alla morte. Che cos'e' l'eutanasia? "Qualunque azione o omissione che mira a affrettare la morte" scrive Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae. Al contrario un autore radicale sostiene: "Se noi portiamo la societa' a accettare il diritto alla sospensione di idratazione e nutrizione sara' piu' facile (e piu' semplice) domani accettare l'accelerazione della morte con una iniezione".

Prof. Stefano Semplici


L'attuale testo sul fine vita in discussione al Senato, apre una porta eutanasica. Un paziente sceglie di morire se rifiuta la chemioterapia allo stesso modo di una persona che sceglie di staccare il sondino. Firmando contro la chemioterapia decide di morire. E' importante intervenire a livello di terza persona da parte dei familiari per non far diventare il desiderio di morire un diritto.

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