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Sacre Scritture > Approfondimenti > Le parabole
“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi” (Luca 16,19-31)
La presentazione dei personaggi
La parabola del ricco epulone si trova solo nel vangelo di Luca, per cui va compresa in se stessa non avendo riferimenti paralleli negli altri vangeli sinottici. I vv. 19-20 presentano i personaggi intorno a cui ruoterà questo breve racconto, e vengono presentati ciascuno con la sua caratteristica personale, soprattutto il secondo personaggio, a cui è dato un nome proprio, cosa inconsueta nelle parabole; è questa infatti una caratteristica unica, in quanto nelle parabole di Gesù i personaggi sono tutti senza nome, avendo un valore rappresentativo. Il personaggio che non ha un nome in tutte le altre parabole indica una categoria di persone, qui però la cosa è diversa: nel raccontare la parabola, l’evangelista Luca mette in contrasto un uomo che non ha nome con un altro che si chiama Lazzaro. Per comprendere questo contrasto bisogna entrare nella mentalità ebraica, dove il nome proprio di una persona rappresenta la realizzazione di una vocazione, di un disegno di Dio sulla persona, e quindi di una realizzazione piena dell’uomo. Così avviene, ad esempio, nel racconto dell’Annunciazione, e in particolare nel vangelo di Matteo, dove Giuseppe è il destinatario di una rivelazione in cui gli viene detto quale nome imporre al Bambino che nascerà da Maria: il nome di Gesù. In ebraico esso si traduce con “Dio salva”, e indica pertanto la salvezza di Dio personificata in Gesù di Nazaret.
Un personaggio che ha un nome proprio, per la Bibbia, è un uomo pienamente realizzato, un uomo che risponde in pieno ai significati che Dio ha depositato nella sua vocazione irripetibile e individuale. L’uomo ricco non ha un nome e perciò è descritto in base a quello che fa: “vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente”. Il primo personaggio della parabola è presentato dunque in base a ciò che fa; il secondo personaggio, invece, è presentato in base a ciò che lui è. Vengono così posti in contrasto anche due ordini di valori: la valutazione della persona in base a ciò che è capace di fare, in quanto ne ha i mezzi, e la valutazione della persona per ciò che essa è.
Il ricco qui incarna l’ideale secondo cui l’uomo vale per quello che ha; Lazzaro, invece, indica la misura del valore dell’uomo a partire dalla persona in se stessa, a prescindere da ciò che possiede. Davanti a Dio infatti conta solo la persona in quanto tale, e, indipendentemente dal suo ruolo sociale o dal suo successo umano, una persona potrebbe essere, agli occhi di Dio, pienamente in armonia con la propria vocazione; il mendicante appunto per questo ha un nome, l’unico tra i personaggi delle parabole di Gesù: nella sua personalità originale e nel suo modo di affrontare la vita, Lazzaro corrisponde alle aspettative di Dio. L’uomo ricco, che non ha un nome, è rappresentativo di un fallimento particolare, l’unico fallimento che noi, in quanto cristiani, possiamo temere. Si può fallire infatti in molte maniere nella vita, ma sono comunque tutti dei fallimenti parziali: uno può fallire nel proprio mestiere, un altro può fallire nell’educazione dei figli, un altro ancora come sposo o come sposa, ma in tutte queste cose la persona fallisce solo in un settore particolare della sua vita. Il fallimento che il cristiano deve temere si ha invece quando è la nostra persona stessa che fallisce nella sua vocazione alla santità: questo è certamente il fallimento più radicale, quello che manda in frantumi il dono più prezioso della grazia di Dio. Il ricco epulone, sul piano umano, potrebbe essere anche stimato in forza della sua posizione sociale, o delle sue sostanze, ma egli non ha un nome, cioè la sua vocazione alla santità è naufragata nel fallimento, e perciò la sua vita è priva di un progetto valido e duraturo. La sua morte personale segnerà infatti la fine di tutto, a differenza di Lazzaro che, morendo, ritroverà la propria vita nel seno di Abramo.
Il vero peccato del ricco epulone
Il testo descrive la situazione umana del povero Lazzaro, desideroso di sfamarsi con quello che cadeva dalla mensa del ricco. Qui dobbiamo chiederci quale sia stato effettivamente il peccato del ricco epulone. Il v. 21 è orientato di fatto a questa particolare precisazione: il lettore potrebbe pensare che il peccato commesso dall’uomo ricco consista nell’avere negato a Lazzaro qualche cosa, ovvero un pezzo di pane. Il significato di tale versetto ci dice invece che il peccato del ricco non è questo. Infatti, si può leggere attentamente questa parabola da cima a fondo, ma non si troverà scritto in nessun punto che Lazzaro chieda qualcosa al ricco o che il ricco neghi qualcosa a Lazzaro. Quest’ultimo non è descritto mai nell’atto di chiedere; di lui si dice semplicemente che era desideroso di sfamarsi di quanto cadeva dalla mensa del ricco, ma non si dice mai che Lazzaro abbia chiesto qualcosa e che il ricco gliela abbia negata. Dov’è allora il peccato? L’evangelista Luca vuole qui sottolineare un aspetto estremamente importante dell’amore del prossimo: l’amore non consiste tanto nella negazione di una solidarietà quando qualcuno mi chiede aiuto; l’amore cristiano non si esaurisce nel fatto che qualcuno mi espone un bisogno, perché io intervenga. Esso ha una radice ben più profonda: la carità teologale intuisce il bisogno non espresso. Il peccato dell’uomo ricco non è quello di avere negato a Lazzaro qualcosa; del resto, Lazzaro non gli ha rivolto alcuna richiesta; semplicemente, l’uomo ricco non è stato capace di leggere dentro il suo animo, né è stato capace di cogliere il desiderio inespresso di quest’uomo povero, di cibarsi cioè almeno degli avanzi della mensa del ricco.
Egli, in fondo, non avrebbe dovuto togliere nulla alle proprie ricchezze, e il povero avrebbe avuto di che sopravvivere. L’amore cristiano è dunque intuitivo, è capace di prevenire i desideri, di intervenire prima ancora che il bisogno sia manifestato con le parole, giacché talvolta la manifestazione del proprio bisogno è impedita dalla vergogna; la carità teologale è come l’amore di Dio, è un amore che legge dentro, che vede quello che c’è nel segreto e che risponde anche alle necessità inespresse. E’ chiaro che tra le righe si intuisce pure una seconda verità: il ricco non è capace di leggere nell’animo di Lazzaro e di intuire i suoi desideri, perché è troppo concentrato su se stesso per poter vedere i bisogni degli altri. Inoltre, è offuscato dalla sua stessa ricchezza, che egli utilizza solo al proprio servizio; l’uso errato dei suoi beni, gli annebbia la mente. Tuttavia, la mente del ricco si snebbierà, ma ciò avrà luogo dopo la sua morte; infatti, il v. 22 traccia un confine tra l’al di qua e l’aldilà: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, morì anche il ricco e fu sepolto”. Una frase sobria, molto breve, densa però della sua allusione ai destini degli uomini, che dopo la morte si differenziano subito e spesso radicalmente.
La morte rappresenta come l’ultimo confine dato all’uomo per convertirsi ed entrare nella luce, prima che il passaggio nell’aldilà renda impossibile qualunque ulteriore evoluzione spirituale. Proprio attraversando il confine della morte, la mente del ricco si illumina ed egli rilegge la sua vita sotto una chiave di verità. Ne consegue che, dal punto di vista cristiano, il giudizio di Dio, che riceviamo dopo la morte, non è un atto somigliante alla sentenza di un tribunale, ma è una presa di coscienza sull’esito della propria vita, considerata nella luce divina che ci investe e ci illumina sulla verità di noi stessi. Nella vicenda dell’uomo ricco Cristo vuole svelare anche il vero senso del giudizio di Dio sulla vita dell’uomo. Essere giudicati da Dio significa avere tolto quel velo che annebbia la nostra mente nell’al di qua, impedendoci di vedere secondo verità le cose che abbiamo sotto gli occhi; di vederle, cioè, come le vede Dio. Ma è possibile vedere le cose come le vede Dio? La parabola risponderà più avanti di sì. E’ possibile vedere le cose come le vede Dio, prima ancora di avere valicato il confine della morte. Il giudizio di Dio, secondo l’insegnamento di Gesù, consiste quindi in questo: la propria vita riletta nella luce di verità, con cui Dio ci investe dopo la morte. Evidentemente, l’uomo ricco, durante la sua vita, non giunge a tanto. Per questo è necessario che la morte gli strappi il velo dagli occhi. Ma ciò non corrisponde al volere di Dio. Dio vuole infatti che questo velo ci sia tolto mentre siamo ancora in vita, come accade all’Apostolo Paolo, quando gli cadono dagli occhi delle squame ed egli riacquista la vista per l’imposizione delle mani di Anania (cfr. At 9,18).
E’ opportuno che questo avvenga prima della propria morte; anche la Vergine Maria nel Magnificat allude a questo, quando dice che Dio rovescia i potenti dai troni. Li rovescia alla sua venuta, ma non se essi ne discendono prima. Quest’uomo ricco è uno di quei potenti che non ha saputo scendere dal suo trono in tempo, e per questo è stato buttato giù alla venuta del giudice infallibile. Soltanto dopo egli apre gli occhi, e rilegge la sua vita secondo verità. Ma è già troppo tardi. E così, dopo che il ricco comincia a vedere la sua vita terrena come essa è stata agli occhi di Dio, si preoccupa per i suoi cinque fratelli che vivono come lui. Questo particolare ci sembra anch’esso degno di nota: quest’uomo ha cinque fratelli che vivono come lui. Ovviamente c’è dietro una storia familiare che va nella direzione sbagliata. Ci sono a volte delle consuetudini familiari, insieme a tanti atteggiamenti ereditati dai nostri antenati, che hanno bisogno di essere corretti alla luce del vangelo. Sono atteggiamenti che tante volte ci sembrano normali, appunto perché magari li abbiamo respirati fin dalla più tenera età, ma che dinanzi alla Parola di Dio non reggono e svelano i loro aspetti segnati dal peccato. Questi atteggiamenti, che stanno alla base della vita dell’uomo ricco della parabola, sono atteggiamenti comuni alla sua famiglia, e in certo un senso rappresentano l’eredità morale della suo albero genealogico, che egli non ha sottoposto al vaglio della Parola, mentre, da buon israelita, poteva ancora farlo.
La Parola di Dio guarisce la vista interiore
Alla domanda se poteva essere possibile per lui aprire gli occhi, prima del giudizio di Dio, viene risposto successivamente, per bocca di Abramo. Il suo intervento, da questo punto di vista, contiene un insegnamento di grande importanza per la vita cristiana: la Parola di Dio, ascoltata e creduta, è essa stessa un giudizio anticipato sulla propria vita. Tale giudizio, a differenza di quello che la Parola ci dà dopo la morte, ammette ancora, e integralmente, tutte le possibilità di ripresa. Dopo il confine della morte personale, c’è solo la conoscenza di sé nella luce di Dio, ma non la possibilità di cambiare. In questa nuova luce di autocoscienza, il ricco epulone si rivolge ad Abramo. Tale richiesta dell’uomo ricco, che ormai è giunto al punto terminale del suo fallimento - a differenza di Lazzaro che invece ha compiuto la sua identità nel seno di Abramo - è quella di mandare qualcuno dai morti per avvisare i suoi fratelli, che vivono male. Dietro la sua richiesta c’è ovviamente la convinzione, comune a molti, secondo cui la fede possa essere rafforzata da un’esperienza soprannaturale, o da una qualche particolare rivelazione, oppure da un qualche fenomeno con cui il Signore dia un segno tangibile della sua Presenza; il NT nega che questa convinzione sia veritiera. In molti passi del NT si nega che uno possa convertirsi per avere visto un miracolo, o per avere assistito ad una particolare manifestazione di Dio.
Al contrario, il Cristo del vangelo non compie alcun miracolo dove non trova la fede. Attraverso le parole di Abramo, viene qui riaffermato questo insegnamento fondamentale, secondo cui la fede non è generata dai miracoli. Ci viene in mente anche il vangelo di Matteo, e precisamente nell’episodio dell’Ascensione, dove si dice che Cristo, prima di ascendere al cielo, si è manifestato ad un gruppo di discepoli che si prostrarono davanti a Lui; nello stesso versetto, però, lo stesso evangelista sottolinea che molti dubitavano. Ci chiediamo: come si fa a dubitare avendo Cristo davanti agli occhi nella sua veste di Risorto? E’ chiaro allora come la fede non dipenda dalla visione, da manifestazioni o da rivelazioni particolari, ma dipende da un’altra cosa che possiamo cogliere facilmente nelle parole di Abramo. L’idea del ricco è quella che i suoi fratelli, assistendo all’apparizione di un’anima venuta dall’aldilà, possano convertirsi; ma Abramo lo avverte di non illudersi, perché la loro conversione non dipende da questo. Al v. 29 si dice finalmente da che cosa dipende la conversione dell’uomo: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. E dinanzi all’insistenza del ricco, Abramo risponde precisando ulteriormente la verità che ha appena enunciato: “Se non ascoltano Mosè e i profeti neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”. Insomma, Abramo intende dire che se uno ascolta la Parola di Dio e non ne viene toccato, certamente non si potrà pensare che possono esserci dei miracoli, o delle apparizioni, che potranno spingerlo a interrogarsi.
Questa considerazione, indirettamente, getta una ulteriore luce sulla vera causa della perdizione del ricco epulone: nel chiedere un miracolo per convertire i suoi fratelli, egli al tempo stesso si auto giustifica, quasi insinuando che a lui non fu concesso alcun segno divino durante il tempo della sua vita terrena, e perciò non ebbe lo stimolo a convertirsi. Abramo però gli lascia intendere che le cose stanno diversamente: egli, al pari di tutti gli altri israeliti, durante la sua vita conobbe Mosè e la legge del Sinai, e ciò gli sarebbe bastato per vivere bene, se avesse voluto ascoltare la Parola di Dio. Chi non è capace di entrare nell’ottica della fede all’ascolto della Parola di Dio, che risuona continuamente nella Chiesa per la predicazione apostolica, difficilmente giungerà alla fede per qualche altra via. Noi non abbiamo nessuna altra possibilità di arrivare a Dio, in questa vita. Il canale ordinario della sua rivelazione è la predicazione della Chiesa. Chi va a cercare altri sentieri di ricerca spirituale, rischia di disperdersi in una serie di tentativi che possono solamente risolversi nel gusto dello straordinario ma non nell’autentica e profonda esperienza della fede della Chiesa. La Parola di Dio ci snebbia la mente prima della nostra morte; la Parola di Dio ci permette di guardare alla nostra vita con la chiave giusta, come in un giudizio anticipato, da cui però possiamo sempre essere assolti, finché siamo in vita.
Il senso della preghiera del ricco
Un ultimo problema riguarda il modo di interpretare l’apparente preghiera di intercessione del ricco che si trova nell’inferno. Fa certamente pensare il fatto che quest’uomo, indifferente alle necessità del prossimo durante la vita, da morto si preoccupi della sorte ultraterrena dei suoi fratelli. Ma è davvero una preoccupazione per loro? La teologia ci costringe a rispondere di no. La persona che cade nell’eterna perdizione non è più capace di sentimenti umani. Meno che mai è capace di pregare. Significativamente, egli parla con Abramo e non con Dio. Se parlasse con Dio, sarebbe una preghiera di intercessione, ma Dio non è presente nelle sue parole, neppure di riflesso: egli non chiede ad Abramo di ottenere da Dio il permesso di mandare Lazzaro sulla terra; gli dice semplicemente:
“Ti prego di mandarlo a casa di mio padre”, come se Abramo potesse disporre a suo piacimento gli spostamenti di Lazzaro.
Non è quindi una preghiera la sua, e non è neppure la preoccupazione della sorte ultima dei suoi fratelli, ciò che lo spinge a parlare in quei termini. Ciò che lo preoccupa unicamente è l’aumento dei suoi tormenti personali, nel momento in cui i suoi fratelli fossero caduti nel medesimo abisso. Il nostro peccato personale, infatti, ci tormenta non solo in proporzione ai danni che produce, ma anche in proporzione della cattiva testimonianza con la quale abbiamo trascinato altri lontano da Dio col nostro modo di vivere, coinvolgendoli in diversi modi nelle nostre scelte sbagliate. Evidentemente, il suo modo di vivere ha coinvolto i suoi fratelli nel suo stesso stile, o comunque non li ha aiutati a migliorare se stessi. Egli sa di essere in parte responsabile del peccato attuale dei suoi fratelli e perciò teme l’aumento della sua angoscia, che potrebbe conseguire alla loro perdizione.
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