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III Domenica di Quaresima
Esodo 3, 1-8a.13-15; - 1 Corinzi 10,1-6.10.12; - Luca 13, 1-9
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Il vangelo della III Domenica di Quaresima ci offre un esempio tipico di come predicava Gesù. Egli prende lo spunto da un fatto di cronaca (l’uccisione di alcuni galilei per ordine di Pilato e la caduta di una torre che aveva fatto 18 vittime) per parlare della necessità di vigilare e di convertirsi. Secondo il suo stile rafforza quindi il suo insegnamento con una parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna…”
Seguendo il programma che ci siamo prefissi per questa Quaresima, noi partiamo da questo brano per allargare lo sguardo a tutta la predicazione di Gesù, cercando di capire cosa essa ci dice sul problema chi era Gesù. Non potevamo scegliere luogo più adatto per farlo. Su questa collina Gesù pronunciò un giorno il famoso discorso della montagna, che inizia con le beatitudini e riassume in modo mirabile lo spirito di tutta la predicazione di Cristo. Gesù iniziò a predicare nei villaggi della Galilea con una solenne dichiarazione: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Noi ci siamo assuefatti al suono di queste parole e non ne percepiamo più la novità e il carattere rivoluzionario. Con esse Gesù veniva a dire: il tempo dell’attesa è finito. L’ora dell’intervento decisivo di Dio nella storia umana, annunziata dai profeti, è scoccata; quel tempo è ora! Ora si decide tutto, e si decide in base all’atteggiamento che ognuno prenderà davanti alle mie parole.
Questo senso di compimento, di traguardo finalmente raggiunto, si percepisce in diversi detti di Gesù di cui non si può mettere in dubbio l’autenticità storica. Un giorno, rivolgendosi ai discepoli in disparte, egli disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono” (Lc 10, 23-24). Un altro giorno, di fronte all’opposizione che incontrava in alcune città, pronunciò il severo ammonimento: “Gli abitanti di Ninive…La regina del sud…”. “Ecco, ora qui, c’è più di Giona, più di Salomone”. Nel discorso tenuto su questa montagna Gesù dice tra l’altro: “Avete inteso che fu detto (da Mosè!) …, ma io vi dico”. Immaginate che un giorno uno di noi predicatori sale sul pulpito e comincia a dire: “Avete inteso che Gesù vi ha detto…, ma io vi dico”. L’impressione che dovevano fare le sue parole non era molto diversa. Davanti ad affermazioni simili, non ci sono molte spiegazioni: o chi parla è un pazzo esaltato, o dice semplicemente la verità. Un pazzo però non vive e non muore come ha fatto lui e non continua a scuotere l’umanità a distanza di venti secoli dalla sua scomparsa.
La novità della persona e della predicazione di Gesù emerge in modo chiarissimo dal confronto con Giovanni Battista. Giovanni parlava sempre di qualcosa di futuro, un giudizio che stava per accadere; Gesù parla di qualcosa che è presente, un regno che è venuto e operante. Giovanni è l’uomo del “non ancora”, Gesù è l’uomo del “già”. Gesù dice: “Tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7, 28); e ancora: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi” (Lc 16, 16). Queste parole dicono che tra la missione di Giovanni e quella di Gesù c’è stato un salto qualitativo: il più piccolo nel nuovo ordine è in una posizione migliore che non il più grande del vecchio ordine.
Furono queste ragioni che indussero i discepoli di Bultmann (Bornkamm, Konzelmann…) a staccarsi dal loro maestro, ponendo il grande spartiacque tra l’antico e il nuovo e tra ebraismo e cristianesimo nella vita e nella predicazione di Cristo e non nella fede della Chiesa dopo la Pasqua. Appare chiaro da ciò quanto sia storicamente insostenibile la tesi di alcuni che collocano Gesù all’interno del mondo ebraico contemporaneo, facendo di lui un ebreo come gli altri, che non ha inteso operare nessuna rottura con il passato, né portare nessuna novità sostanziale. È un far regredire la ricerca storica su Gesù a uno stadio da tempo superato. Ma anche per questa volta, basta con la storia e la teologia, anche se, credo, sia tanto necessario per noi cristiani di oggi “renderci conto della solidità degli insegnamenti ricevuti”, come dice Luca all’inizio del suo vangelo. Torniamo al brano evangelico di domani, per trarne qualche insegnamento pratico. Alla notizia della strage operata da Pilato e del crollo della torre di Siloe Gesù commenta: “Credete voi che le vittime di quelle disgrazie fossero più peccatori degli altri? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Ne deduciamo un insegnamento importantissimo. Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta.
Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non perdere la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra, spesso tra le popolazioni più povere e indifese. Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di terremoti, inondazioni, o stragi come quella di Pilato. Non con degli sterili “O poverini!”, ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti e di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all’altro ci può venire a mancare. Risuona nel brano evangelico la stessa parola con cui Gesù iniziò a predicare: conversione. Vorrei però far notare che convertirsi non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti, quasi un diritto. È una buona, non una cattiva, notizia! Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono, nella vita, situazioni morali che sembrano senza via d’uscita: divorziati risposati, coppie con figli, che convivono senza essere sposati, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere.
Anche per questi c’è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: “E chi allora si può salvare?”. Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: “Impossibile agli uomini, non a Dio”. Gesù amava terminare i suoi insegnamenti con una parabola; così fa anche nel vangelo di domani (parabola del fico sterile) e anch’io voglio terminare con una parabola sul tema della conversione. Siamo nel medioevo. Un uomo sta per essere impiccato sulla piazza della città, non avendo pagato un grosso debito. Passa di lì il corteo del re; saputa la cosa, versa lui stesso la maggior parte del riscatto. Manca però ancora qualcosa e il carnefice si accinge ad eseguire la condanna. La regina aggiunge la sua offerta e così fanno, uno dopo l’altro, quelli del seguito. Manca alla fine una sola monetina. Il carnefice è inflessibile; si deve procedere. Il condannato allora si fruga disperatamente nelle tasche, scopre che anche lui ha un soldino e lo versa sul piatto. È salvo!
Cosa ci dice? Che Dio fa il novantanove virgola nove per cento per la nostra salvezza; ma c’è qualcosa che dobbiamo fare anche noi, un soldino che dobbiamo mettere di tasca nostra. “Chi ti ha creato senza di te, diceva S. Agostino, non ti salva senza di te, cioè senza il tuo concorso.