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Le parabole
"Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.
La parabola del fariseo e del pubblicano è propria soltanto di Luca e di conseguenza, anche in questo caso, ci troviamo davanti ad un testo che va letto e compreso all’interno della teologia di un solo evangelista. La parabola del fariseo e del pubblicano, pur nella sua brevità, contiene due insegnamenti di grande portata, che vanno fino al cuore del cristianesimo e sono al tempo stesso due temi particolarmente cari all’evangelista Luca. Per Luca, infatti, ci sono dei temi fondamentali per l’esperienza cristiana, il cui insegnamento va chiarito, e tra questi, due sono i temi trattati in questa parabola, che posseggono un grande rilievo anche nell’impianto generale del suo vangelo: il tema della preghiera e quello della giustificazione.
La preghiera e la giustificazione
I due personaggi sono subito presentati come due uomini che vanno al Tempio a pregare. L’ambiente in cui si svolge il racconto di quest’episodio è dunque lo spazio sacro del Tempio. Sulla preghiera, Luca ci dà un insegnamento che ovviamente non si esaurisce con questa parabola. Il secondo tema, che si intreccia col primo, è quello della salvezza che è presentata in questa parabola con la parola molto pregnante di “giustificazione”, che apre e chiude la parabola come in una struttura a inclusione, formata da due termini desunti dalla stessa radice: “Presumevano di essere giusti” (v. 9); “tornò a casa sua giustificato” (v. 14).
Il v. 9 offre una precisa ambientazione: la parabola è detta per coloro che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri, mentre al v. 14, che riporta la conclusione di Gesù, si legge: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato”. Di uno si dice che presumeva di essere giusto, dell’altro si dice che tornò a casa sua giustificato. Dobbiamo allora cogliere tra le righe i due insegnamenti sulla preghiera e sulla giustificazione, che s’intrecciano tra loro, dal momento che il tema della salvezza non può essere separato dal tema della preghiera. La stessa prospettiva ci viene suggerita anche dal profeta: “chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (3,5). In altre parole, è lo stesso che dire, come amava ripetere S. Alfonso Maria de’ Liguori: “chi prega si salva”; la preghiera e la salvezza dunque non si possono separare, perché la preghiera, quando è un autentico contatto con Dio, libera dalle catene del peccato e illumina i passi della persona sulla via della verità.
Chi è giusto davanti a Dio?
Il v. 9 intanto è un versetto introduttivo: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri”. Da questo inizio traspare come il fatto di “essere giusto” non è mai una condizione nativa della persona umana, ma soltanto una presunzione; infatti, il cristiano non è mai giusto davanti a Dio. L’eccessiva sicurezza della propria innocenza, specialmente quando ha come risvolto pratico un atteggiamento giudicante e intollerante verso il prossimo e verso i suoi errori, è qualcosa che quantomeno deve far pensare. Il cristiano non si configura come un uomo “giusto”, bensì come un uomo riconciliato, perdonato, giustificato da Dio e non dalla propria autodifesa. Ecco perché questa parabola comincia proprio con questa inquadratura, tra due modelli tipologici: l’uomo che difende la sua giustizia personale, che Dio non convalida, e l’uomo che si arrende davanti alla santità di Dio e viene giustificato. Al v. 14 soltanto l’uomo “giustificato” è considerato come realmente libero dal peccato che aveva commesso, mentre il primo dei due si rivela come una falsificazione della giustizia, anche se non aveva commesso grandi peccati.
Anzi, possiamo senz’altro aggiungere che il fariseo dice il vero, quando elenca le opere buone su cui appoggia la sua pretesa di giustizia. Le ha effettivamente compiute, dal momento che nella parabola non si dice che egli stava mentendo. Il problema è un altro: il fariseo sta fraintendendo il valore delle buone opere, pensando che valgano sempre e comunque; egli evidentemente non sa – come invece sanno i discepoli di Cristo – che le opere buone hanno un peso solo quando Cristo le convalida dinanzi al Padre. La prima condizione della salvezza è dunque la coscienza che nessuno di noi è giusto per se stesso e che se proprio vogliamo sapere qual è la nostra posizione davanti a Dio, l’unica verità è questa: siamo dei peccatori perdonati; qualunque altra convinzione a questo riguardo su noi stessi è falsa. Di conseguenza è altrettanto falsa la convinzione di sentirsi tranquilli in forza di opere buone compiute, come se Dio, dinanzi alle nostre buone opere, dovesse trovarsi come un debitore rispetto al suo creditore. Le nostre opere buone non fanno di Dio un nostro debitore, costringendolo a infonderci la sua grazia e darci la sua benedizione, per il fatto che siamo stati davvero bravi.
A questo punto sorge nell’animo del lettore una domanda legittima: “come faccio a sapere se davanti a Dio vivo da peccatore giustificato, oppure da uomo rivestito della propria giustizia personale?” - noi infatti non conosciamo noi stessi, ma abbiamo bisogno di riscontri pratici per acquisire la conoscenza della nostra verità personale, sempre velata da un’azione diabolica che offusca il nostro pensiero (cfr. 2 Cor 4,4); a questa domanda si può rispondere dicendo che è certamente necessario un riscontro concreto, la cui natura è indicata nello stesso v. 9: il disprezzo degli altri è quel sintomo concreto che deve metterci in allarme. La persona che vive riposando sulla sua giustizia, e si sente a posto in forza di un pensiero auto-giustificante, scava delle voragini di incomunicabilità con gli altri. Una persona può ragionevolmente sospettare di trovarsi nella falsità dell’auto-giustificazione, quando crea intorno a sé il vuoto dell’incomunicabilità che separa, frantuma le relazioni umane e isola la persona. La condizione di isolamento in cui si viene a trovare il fariseo è il riscontro della posizione sbagliata che lui ha assunto davanti a Dio: tutta la sua esistenza ruota infatti intorno al suo “io”. Anche la sua preghiera appare più un monologo che un dialogo. Il riscontro contrario è ovviamente la conferma della posizione esatta: la consapevolezza di essere un peccatore perdonato, toglie alla persona l’atteggiamento giudicante, e perciò ne risana tutte le relazioni, annullando le distanze che di solito sono prodotte dal rivestimento della propria giustizia personale. Al v.10 si dice che questi due uomini salgono al Tempio e vengono identificati uno come fariseo e l’altro come pubblicano.
L’insegnamento sulla preghiera
Qui subentra il secondo tema, che s’intreccia col primo, ed è quello della preghiera. Al v.11, in relazione alla modalità della preghiera del fariseo, si dice che: “pregava così tra sé”. Qui occorre notare un problema di traduzione, che non ci permette di entrare dentro il significato originale delle parole di Luca; detto così sembrerebbe che il fariseo stia pregando nel suo intimo, cioè senza esprimersi ad alta voce, come in una sorta di preghiera mentale. Il testo greco invece utilizza un’espressione diversa, che si potrebbe tradurre più esattamente così: “il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso se stesso”. Il fariseo è nella condizione interiore di coloro che quando pregano fanno un monologo, ossia una preghiera che non ha Dio come interlocutore, il che è uno dei maggiori rischi dell’esperienza della preghiera; nella preghiera-monologo si cela un inganno: si può pensare di aver pregato, e si può persino esserne convinti, mentre in realtà uno ha solo parlato con se stesso. L’espressione va dunque intesa così: il fariseo, stando in piedi, pregava parlando con se stesso. Le parole riportate successivamente, come contenuto del suo pregare, dimostrano che le cose stanno davvero così. Si tratta di una preghiera che ruota intorno al proprio io.
Il tema centrale della sua preghiera è un atto di confronto tra sé e gli altri, e in questo confronto egli include anche un uomo che in quel momento cade sotto il suo sguardo: un pubblicano, anche lui salito al Tempio nello stesso momento. Qui l’insegnamento sulla preghiera ci da un avvertimento su come possiamo evitare questo tremendo pericolo, cioè di cadere nella preghiera-monologo, il rischio di un vortice di parole che ruotano intorno alla centralità di se stessi e che di conseguenza non hanno Dio come effettivo interlocutore. Il segnale che deve preoccuparci - come possiamo comprendere bene dal tenore del racconto - è questo: il peso che il confronto con gli altri ha nella nostra vita interiore, lo spazio che noi apriamo ad uno sguardo rivolto verso gli altri, verso le loro azioni e le loro parole, in vista di una valutazione e di un confronto. Ci sono persone la cui mente è quasi interamente occupata da ciò che qualcuno ha fatto, da ciò che qualcun altro ha detto, e tutto questo è certamente il frutto di uno sguardo non fissato in Dio.
Nella fase della maturità della vita cristiana, Colui che deve occupare lo spirito umano è solo Dio. Non possiamo pretendere di pregare bene, quando la nostra mente è continuamente occupata da un groviglio di considerazioni sugli altri, di amarezze e di disappunti, che sono nati nel nostro cuore ogni volta che qualcuno si è mosso intorno a noi; così la nostra mente ha perduto la quiete necessaria per la preghiera profonda, ed è diventata una specie di piazza dove si urla e si fa baldoria. In queste condizioni il silenzio esteriore non mi aiuta più, se manca quello interiore. La preghiera non potrà che essere un monologo, un ripiegamento sul mio io, dove le parole continueranno a rotolare su se stesse, o per le cose buone che ho fatto, oppure per il logorio del senso di colpa delle cose fatte male. Sono due manifestazioni diverse della medesima prigionia dello spirito, mentre Dio rimane al suo posto, dinanzi all’orante, ma non coinvolto in un dialogo a due, o addirittura escluso da esso. Altra domanda legittima: “Come faccio a sapere se la mia preghiera è un monologo, oppure è realmente un incontro vivo con Dio?”. La risposta deriva direttamente dalle premesse appena fatte: basta guardare il mio spirito da che cosa è ordinariamente occupato. Se lo sguardo della mia mente è rivolto intorno a me, alienato nelle cose esteriori, non posso pretendere che dopo una giornata, in cui il pensiero si è così tanto ingolfato, non posso pretendere di fare una preghiera profonda.
I miei stessi pensieri incontrollati me lo impediranno. C’è poi un’altra caratteristica che va messa in evidenza: la preghiera del fariseo è composta da un accumulo di parole. Se noi confrontiamo la preghiera del fariseo con la preghiera del pubblicano, entrambe riportate nel testo, e non a caso, possiamo scorgere un altro indizio molto utile per discernere se la nostra preghiera sia o no una preghiera veramente cristiana. Il fariseo dice così: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”.
Il pubblicano invece: “fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Dio, abbi pietà di me peccatore” (18,11-13). Questo confronto mette in luce come la preghiera del fariseo, oltre ad essere un monologo, è anche una preghiera parolaia, costruita con eccessiva verbosità. Ben diversa è la natura della preghiera del pubblicano, fatta di una sola frase, sobria, capace di andare subito all’essenziale. L’essenziale è la concentrazione del proprio essere su Dio che giustifica. Allora, dobbiamo fare attenzione alla preghiera che non si muti in un monologo, ma dobbiamo stare altrettanto attenti alla preghiera parolaia, dove le parole possono essere più numerose dei sentimenti, affermando in tal modo più cose di quelle che in realtà si sentano e si vivano. É una preghiera essenziale quella del pubblicano, che lascia intravedere anche il suo distacco da ciò che lo circonda. Egli prega come astratto dalle circostanze, non si avvede del fariseo che lo guarda con disprezzo, sentendosi solo davanti a Dio, alla sua Presenza, pronunciando una sola frase essenziale, che dice tutto e che al tempo stesso lo riempie di benedizioni divine: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Pregando, egli non guarda verso il fariseo, che certamente vede, come ne è visto; non fa nessun confronto né con il fariseo né con altri. Il pubblicano si pone davanti a Dio così com’è, chiede perdono dei suoi peccati, e basta. Non fa neppure menzione, per farsi accettare da Dio, delle sue opere buone, certamente compiute. Solo il suo peccato egli rammenta davanti alla santità di Dio. Ma lo rammenta in modo pacifico e sereno, senza ripiegamenti o eccessivi pessimismi. La preghiera del fariseo, invece, fa leva su gesti e opere, di cui lui ritiene di avere il merito. Il fariseo è uno di quelli che riesce a pregare solo quando si crede a posto con se stesso; e anche questo è un altro grosso sbaglio nell’esperienza della preghiera. Il pubblicano si pone davanti a Dio e prega, non perché si sente a posto con se stesso, ma, al contrario, egli prega proprio sulla base del suo senso d’indegnità.
Ciò è dimostrato con sicurezza dal fatto che è assente qualunque riferimento ai propri meriti personali, che sicuramente aveva. Sa bene che non si prega perché si è santi, ma per diventarlo. Gesù stesso dice, alla fine, commentando l’esito della narrazione, che questi tornò a casa sua giustificato a differenza dell’altro. Nello stesso tempo, mentre la preghiera autenticamente cristiana si svela in queste sue diverse sfaccettature, anche la teologia della salvezza si va precisando: la salvezza, che è un dono gratuito di Dio, non può mai essere considerata come il corrispettivo di un merito umano. È vero che senza una risposta adeguata nessuno di noi si può salvare, ma è vero pure cha la vita eterna e la partecipazione alla beatitudine di Dio, sono qualcosa di infinitamente sproporzionato a qualunque azione, opera o eroismo, che abbiamo potuto compiere in questa vita. La possibilità di entrare in Paradiso si può solo intendere alla luce della divina gratuità.