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Il discorso della montagna

Sacre Scritture > Approfondimenti > Le Beatitudini

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e,
messosi a sedere,
gli si avvicinarono i suoi discepoli.

Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:


Beati i poveri in spirito,


perché di essi è il regno dei cieli.



Beati gli afflitti,



perché saranno consolati.



Beati i miti,


perché erediteranno la terra.




Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,



perché saranno saziati.




Beati i misericordiosi,




perché troveranno misericordia.




Beati i puri di cuore,



perché vedranno Dio.



Beati gli operatori di pace,




perché saranno chiamati figli di Dio.




Beati i perseguitati per causa della giustizia,



perché di essi è il regno dei cieli.



Beati voi quando vi insulteranno,




vi perseguiteranno e, mentendo,




diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.




Rallegratevi ed esultate,



perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.




Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

( Mt. 5,5-1)





LE BEATITUDINI:
LEGGE FONDAMENTALE DEL CRISTIANESIMO


Le beatitudini sono il codice della vita cristiana, la sintesi del messaggio rivoluzionario che Cristo ha portato al mondo: un messaggio di felicità. Gesù proclama e realizza un cambiamento più sorprendente di quello di Cana (Gv 2,1-11): la povertà diventa ricchezza, le lacrime gioia.

Egli non segue le vie battute dagli uomini, né suggerisce nuovi mezzi perché la loro affannosa ricerca trovi finalmente la meta. Prende atto del loro bisogno di gioia, lo approva, perché lo ha installato Dio creatore nel loro cuore, ma cambia la segnaletica del percorso, muta radicalmente il valore delle cose, ribalta la mentalità del mondo. Non si tratta di leggere lo straordinario messaggio delle beatitudini per suscitare in noi uno sterile entusiasmo estetico o un’illusione di facile consolazione.

È parola di Dio: È la voce di Dio fatto uomo che si propaga nel mondo e arriva alle anime, ad ogni singola anima... La prima nota che si avverte è un grido quasi polemico, contraddittorio: non indica quel concetto piuttosto comune di ritenere il vangelo come un balsamo lenitivo di ogni afflizione...È ben altro. Ha sì tutta la dolcezza e la capacità di confortarci: ma il vangelo è fuoco, il vangelo è ardimento, è la forza di Dio... Il vangelo ci dice cose che sembrano irreali: Beati i poveri, beati i piangenti, beati i perseguitati, beati quelli che rinunciano alla vendetta, all’uso della forza...

Ecco come il vangelo sgombra dai nostri cuori la congerie dei falsi fondamenti delle nostre speranze terrene (Paolo VI).

Quelli che vogliono seguire Gesù Cristo devono essere forti, impegnati, liberi, leali: non possono servire a due padroni, a Dio e a mammona (Mt 6,24).

La vecchia obiezione contro il messaggio del vangelo, secondo cui il cristianesimo sarebbe la religione della rinuncia e della tristezza, nemica della vita e dell’impegno sulla terra, la religione dell’alienazione che impedirebbe ai suoi seguaci la compromissione con i problemi umani e il contributo fattivo alla loro soluzione, è una ben misera obiezione. Coloro che accusano il cristianesimo di alienazione non sanno capire nulla al di fuori del gioco delle passioni e degli interessi, non sanno vedere una spanna più in là dei loro contrasti temporali.

Si tratta di un’incomprensione e di un rifiuto aprioristici al cui fondo sta il timore di essere posti in discussione, di venire costretti ad un esame poco lusinghiero per il loro orgoglio, ad un possibile superamento dei loro interessi. Il vangelo non è contro l’uomo, anzi ne mette in luce la parte migliore, ne esalta le aspirazioni e lo spinge ad una crescita reale e operosa per il miglioramento della sua stessa condizione terrestre.

Il vangelo non rende tristi e non toglie le speranze di una perfezione nella vita. Tutt’altro: esso non solo non spegne la felicità, ma la proclama. Tutte le ripresentate voci di Cristo incominciano con la grande parola "Beati", cioè essere felici; avere gioia e pienezza dell’essere.Il vangelo garantisce la felicità. Ma con due clausole. La prima è che esso cambia la natura della felicità. Questa consiste non nei beni effimeri, ma nel regno di Dio.

Quindi: Cercate prima il regno di Dio... e tutte queste cose vi saranno aggiunte. La seconda novità introdotta da Gesù è quella che cambia i modi per raggiungere la felicità. Niente bramosia di ricchezze, niente egoismo, odio, cupidigie. Bisogna invece contraddire queste tendenze o passioni, istinti, tentazioni. Si deve andare contro corrente, incominciando a rendere degno, paziente e sacro il dolore... Nel rileggere e meditare il discorso delle beatitudini si comprenderà come esso sia il codice della vita cristiana, il principio per dimostrarsi autentici, veramente fedeli, effettivi seguaci di Cristo (Paolo VI).

Le beatitudini non sono un testo da declamare quando si ha voglia di belle frasi: devono penetrare nell’intelletto e nella volontà e trasformare l’esistenza. Viviamo in un mondo dove la povertà non è certo in onore; dove il pianto degli afflitti, la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore e cose simili sono ritenute prerogativa degli scemi. Cristo ha insegnato ad alzare lo sguardo al di là dei limiti del presente. I poveri in spirito oggi possono godere del dono della pace e domani saranno padroni del regno di Dio. Perciò non debbono sentirsi abbandonati e infelici: devono sapere di essere beati. Così gli afflitti, quelli che piangono...

Le lacrime non sono lontane da nessuno: il dolore accompagna la vita di ogni uomo. Così ogni uomo può conoscere oggi la beatitudine e la speranza della consolazione che scenderà sul suo cuore tribolato come una carezza della mano di Dio. Piangere è già una beatitudine...

Ai suoi poveri, la consolazione Cristo la semina già nell’ora dei singhiozzi, quando il dolore brucia in cima come una candela e l’anima cola in gocce. Il piangere - solo il piangere - ci fa poi misericordiosi, ci fa provare pietà di noi stessi e degli altri; e quando siamo misericordia, finalmente tra Dio e noi non c’è più confine, la nostra acqua si mescola alla sua...

E se di Dio vorremo essere chiamati figli, allora arruoliamoci nella schiera dei pacifici: che è una durissima milizia e tutto vuol dire fuor che vivere in pace e disertare la lotta, ma battersi per la madre più minacciata e tremante, la pace (Luigi Santucci).

LE BEATITUDINI NELLA VITA DI GESÙ


Quello che Gesù insegnava ai suoi discepoli lo viveva lui per primo. Egli viveva distaccato da ogni bene materiale e da ogni comodità. Nato povero, visse ancora più povero e morì poverissimo. Le volpi e gli uccelli sono proprietari, lui nullatenente: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Mt 8,20).

Lui, il padrone di tutte le cose fa una scelta di povertà e di distacco assoluto. S. Paolo scriveva ai Corinzi: Voi conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9).

Gesù è un povero che vuol arricchire spiritualmente gli altri. È felice della sua povertà purché l’umanità possa acquistare più ricchezza d’anima. Gesù è mite e si attribuisce espressamente questa qualità: Imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29).

Egli non è come gli scribi e i farisei che legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito (Mt 23,4).

Presentando il suo messaggio sotto forma di beatitudini, manifesta la sua intenzione di attirare gli uditori alla sua dottrina, piuttosto che opprimerli con prescrizioni da osservare. Mite e umile di cuore durante la sua vita, conserva la sua dolcezza sulla croce. Oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia (1Pt 2,23).

Implora perdono per i responsabili della sua morte, invocando per essi le circostanze attenuanti: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

Sulla croce realizza in modo impressionante la beatitudine degli assetati: Ho sete (Gv 19,28).

Egli ha sete fisicamente, ma soprattutto ha sete di maggior giustizia e d’amore nel mondo. Come aveva fame della volontà del Padre (Gv 4,34) così aveva sete di questo regno di grazia che avrebbe trasformato l’umanità. Con la sua fame e la sua sete Gesù ha aperto la via ai nostri buoni desideri, ai desideri di un mondo migliore. Gesù è puro di cuore.

Nel suo cuore non v’è alcuna passione avvilente. La sola passione era di far amare il Padre e di salvare gli uomini. Aveva una dirittura totale nella condotta, non deviava e non si lasciava fuorviare da alcuna ambizione personale. Viveva nella chiarezza della verità. In lui non è mai penetrata l’ombra della menzogna o la complicità col male. Tuttavia questa rettitudine assoluta non è mai stata durezza, non si è mai tradotta in severità per gli altri. Gesù è stato misericordioso. Aveva una sincera e profonda pietà per i peccatori: i suoi avversari l’hanno accusato di essere l’amico dei peccatori e di mangiare con loro (Lc 15,2).

Egli stesso ci spiega perché questa simpatia per loro era così viva in lui: Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10).

Molti episodi del vangelo testimoniano questo amore misericordioso: la samaritana (Gv 4), la donna adultera (Gv 8), la prostituta pentita (Lc 7), il pubblicano Zaccheo (Lc 19)...

Gesù è operatore di pace. Anzi, Egli è la nostra pace (Ef 2,14).

Riconciliando gli uomini con Dio, li riconcilia tra loro. Stabilisce la pace nelle relazioni umane. Fornisce il principio di soluzione di tutti i conflitti: l’amore universale, senza limiti, un amore che non si stanca mai di perdonare e che tenta tutte le strade per riconciliare quelli che sono divisi. Nel suo Natale porta la pace agli uomini (Lc 2,14) e la pace sarà nuovamente il dono della sua Pasqua di risurrezione (Gv 20,19-21).

Non la pace degli armistizi, dei trattati e dei tira molla della politica, ma la sua pace: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore (Gv 14,27).

La pace che egli dona l’ha conquistata con il suo sacrificio sulla croce. Gesù è stato afflitto e perseguitato. È lui l’uomo dei dolori annunciato da Isaia (Is 52,13-53,12).

Tanto si è occupato di alleviare quelli che soffrivano e di guarire i malati e gli infermi, altrettanto ha accolto le sofferenze fisiche e morali che il Padre gli aveva destinato.La vita di Gesù non è mai stata facile: Tutta la vita di Cristo è stata croce e martirio (Imitazione di Cristo. Libro II Cap. XII,7).

Fin dal suo nascere e in tutto il corso della sua esistenza terrena è stato cercato a morte e molestato dagli avversari. Trovò la sua gioia nell’eseguire la volontà del Padre, percorrendo la via della sofferenza. Tutte le beatitudini hanno trovato in Gesù un modello perfetto. La felicità nascosta nella sua vita terrena si è rivelata in modo definitivo nel trionfo della sua risurrezione. Egli ci ha mostrato così che la felicità della beatitudine comincia nella vita presente e si svilupperà in pienezza nella vita del mondo che verrà.

LA FELICITÀ NELLE BEATITUDINI


Dio ha creato l’uomo per la felicità. Le beatitudini, insegnandoci la via della felicità, ci fanno comprendere che essa viene dall’alto, che è un dono di Dio. L’uomo deve aprirsi a questo dono. Se pretende di conquistare da solo la felicità, si chiude al dono divino e si mette nell’impossibilità di essere felice. Molti partono alla conquista della felicità, cercano di assicurarsi tutti i mezzi che possono procurare gioia e soddisfazione, si costruiscono sogni incantevoli e sopportano spesso pesanti sacrifici per raggiungere la felicità che intravedono. Ma questa felicità indietreggia sempre davanti alla mano che tenta di afferrarla.

E finalmente cadono le illusioni, i miraggi scompaiono: chi si credeva sulla via della felicità si ritrova infelice con un pesante fardello di delusioni e di amarezza. Le costruzioni puramente umane della felicità crollano sempre prima o poi. L’uomo creato per essere felice, non può conquistare la felicità con le proprie forze perché ha in sé un orientamento verso Dio, è fatto su misura per Dio, non può essere felice che raggiungendo e possedendo Dio. È Dio la felicità dell’uomo. Lui solo può colmargli il cuore. Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore non trova riposo finché non riposa in te (s. Agostino. Confessioni I,1).

Dio non attende lo stato celeste per donarsi all’uomo; offre già il suo amore a coloro che vivono in terra e si dona ad essi nella misura in cui si aprono al suo amore e acconsentono liberamente di riceverlo. La felicità discende da Dio; non vi è altra sorgente. Questa sorgente è sempre zampillante, la felicità è sempre offerta. Tocca all’uomo accoglierla e non rifiutarla. La felicità è un dono divino ed è molto differente da ciò che avremmo pensato e desiderato noi. Le beatitudini proclamate da Gesù ci presentano condizioni di felicità che non avremmo mai immaginate. Dio è tutt’altro!: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,8-9).

Le beatitudini evangeliche promettono la felicità ai poveri e agli umili, a quelli che soffrono e subiscono persecuzioni: sembrano così poco reali! La carta della felicità che ci offre il mondo e che governa la condotta di molti uomini e donne è molto diversa, esattamente tutto il contrario:

Beati quelli che guadagnano molto denaro. Beati quelli che possono appagare le loro passioni.
Beati quelli che non hanno sofferenze e a cui tutto riesce nella vita.
Beati quelli che arrivano ad imporsi, a dominare gli altri.
Beati quelli che fanno quello che vogliono senza ammettere altra regola che la propria volontà.
Beati quelli che afferrano il più possibile di tutto quanto esiste nel mondo.
Beati quelli che mietono successi e sono ammirati, quelli che fanno carriera e diventano delle celebrità.
Beati...

Gesù mostra la falsità di queste beatitudini. Egli proclama quelle vere e invita l’umanità a riflettere e a provare. Non è vero che la ricchezza procura la felicità. Non è vero che l’asservimento alle passioni rende l’uomo felice. Non è vero che la felicità è riservata a chi ha solo soddisfazioni e nessuna sofferenza. Il dolore c’è per tutti; e nel dolore la felicità può esistere solo per coloro che lo sanno orientare verso Dio. Non è vero che l’orgoglioso, l’egoista e chi cerca di dominare gli altri con l’astuzia o la violenza, trovano in queste cose la felicità che cercano. Quelli che si lasciano sedurre da false beatitudini hanno un concetto superficiale della felicità: una ubriacatura momentanea che lascia un malessere prolungato.

La felicità che promette Gesù è di un altro genere. È la vera felicità, quella che si radica nel fondo dell’anima. Tra le false beatitudini e quelle vere non vi è solo una differenza nelle vie d’accesso, ma nella stessa natura della felicità. Il vangelo è una buona notizia che rende felici, ma giustamente questa felicità è offerta a coloro che desiderano Dio e non pongono l’ideale della loro esistenza nelle molteplici gioie terrene. Le beatitudini sono indirizzate a tutti perché Gesù ha voluto offrire a tutti la felicità, quella vera, quella più alta, quella che il mondo non può intaccare né rapire. Nella misura in cui gli uomini si aprono alla grazia che è loro data dall’alto possono comprendere il senso delle beatitudini annunciate da Cristo e dedurre conseguenze politiche per la loro vita. I cristiani sono invitati ad ascoltare la parola di Cristo. Potremmo dire che la prima beatitudine consiste nell’ascoltare le beatitudini, per poi viverle realmente: Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc 11,28).

La via della felicità non è espressa solo in queste beatitudini, ma in tutto il vangelo: queste ci forniscono le indicazioni essenziali. Inoltre non dobbiamo dimenticare che sono enunciate altre beatitudini. Le troviamo in ordine sparso nel vangelo:
Beato colui che non si scandalizza di me (Mt 11,6);
Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono (Mt 13,16);
Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! (Mt 24,46); Quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti (Lc 14,13-14)...

Dopo aver lavato i piedi agli apostoli e averne spiegato il significato, Gesù aggiunge: Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (Gv 13,17).
Ha proclamato beati quelli che, pur non avendo visto, avrebbero creduto (Gv 20,29).
Maria, sua madre, è beata perché ha creduto (Lc 1,45), perché ha ascoltato la parola di Dio, e l’ha messa in pratica (Lc 11,27-28).
Vi è ancora una beatitudine pronunciata da Gesù, ma che non si trova tale e quale nei testi evangelici. Ce l’ha conservata il libro degli Atti degli apostoli in un discorso di Paolo: In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!" (At 20,35).

La beatitudine è veramente la caratteristica di tutto l’insegnamento di Gesù, che incoraggia gli uditori al dono di se stessi. Colui che dà gratuitamente, prova una gioia profonda e impagabile, più che se donasse assicurandosi un contraccambio. Le beatitudini proclamate da Gesù sono reali: la felicità che esse promettono non è lontana; si realizza immediatamente, in ogni situazione in cui si verificano le condizioni stabilite dal Maestro.

di Padre Pedron Lino

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